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CINA E INDIA FIRMANO

User photo not available Wednesday, 10 March 10 - 09:20 AM (GMT)
By Mauro Salza in Vertice di Copenaghen

Anche le due grandi economie emergenti, Cina e India, hanno firmato l’accordo sul clima raggiunto al vertice di Copenaghen del dicembre scorso. I due paesi hanno firmato il documento oggi seguendo Indonesia, Brasile, Sudafrica e Messico. Fra i paesi grandi produttori di anidride carbonica (CO2), ora, manca solo l’adesione della Russia. A Copenaghen la Cina si era impegnata a ridurre del 40% le emissioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera entro il 2020. L’adesione all’accordo è giunta con una lettera ufficiale firmata dal negoziatore cinese sul clima Su Wei il quale ha reso noto al Segretariato dell’Onu sul cambio climatico che può «procedere a includere la Cina nella lista» dei paesi che sostengono l’accordo raggiunto al summit di dicembre che prevede il limite di due gradi all’aumento della temperatura media della Terra e la creazione di un fondo di 30 miliardi di dollari l’ anno nel triennio 2010-2013 e di 100 miliardi di dollari l’anno dal 2012 al 2020. L’accordo, fortemente sostenuto dal presidente Usa Obama, era stato giudicato dagli ambientalisti come estremamente limitato rispetto ai propositi iniziali del summit anche perchè non fissa nessun passo vincolante per raggiungere l’obiettivo della limitazione del riscaldamento globale. Tuttavia, un certo numero di paesi all’ultimo minuto aveva avanzato nuove obiezioni e si era convenuto che gli stati avrebbero potuto aderire all’accordo anche successivamente. Per il momento, sono 40 i Paesi sviluppati che hanno presentato al Segretariato Onu per i cambiamenti climatici le informazioni sugli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2020, con anni di riferimento tra loro differenti: per un totale di circa il 90% delle emissioni di questo gruppo. Mentre sono 30 i Paesi in via di sviluppo che hanno comunicato le informazioni sui loro piani di mitigazione. Altri 39 Paesi hanno fornito informazioni aggiuntive relative a un accordo. Messi insieme, tutti questi Paesi rappresentano oltre l’80% delle emissioni globali di energia. Il prossimo negoziato «formale» sui cambiamenti climatici della Convenzione sui cambiamenti climatici (Unfccc, United nations framework convention on climate change) sotto l’egida dell’Onu è previsto dal 9 all’11 aprile a Bonn. E altre due importanti sessioni di negoziato sono previste per il 2010: la 32/a sessione degli organi sussidiari Unfccc dal 31 maggio all’11 giugno e la 16/a Conferenza delle parti (Cop 16) - o sesta Conferenza delle parti agenti del protocollo di Kyoto (Cmp 6) in Messico dal 29 novembre al 10 dicembre.

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IL TERREMOTO IN CILE HA ALTERATO L'ASSE TERRESTRE

User photo not available Tuesday, 02 March 10 - 01:48 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

Il violento terremoto cileno del 27 febbraio scorso, di magnitudo 8,8, ha provocato uno spostamento dell’asse di rotazione terrestre e un corrispondente accorciamento della durata del periodo di rivoluzione del pianeta: è quanto riportano gli studi effettuati dal Jet Propulsion Laboratory della Nasa. Le alterazioni previste dal Jpl non sono tuttavia misurabili sperimentalmente, dato che sono troppo piccole, ma sono prevedibili utilizzando modelli matematici: lo spostamento dell’asse è infatti di circa otto centimetri, e la ridistribuzione della massa ha provocato un’accelerazione della rotazione del pianeta che ha accorciato la durata del giorno di 1,26 milionesimi di secondo. Il principio è analogo a quello della pattinatrice in rotazione, che accelera avvicinando le braccia al corpo: a causa del movimento delle placche tettoniche la Terra è diventata più «compatta» e quindi la sua velocità di rotazione è aumentata.

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CILE IN GINOCCHIO

User photo not available Sunday, 28 February 10 - 10:41 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

Comincia ad assumere i contorni della catastrofe il bilancio delle vittime del terremoto di ieri in Cile. Secondo le ultime informazioni fornite dal presidente uscente Michelle Bachelet, il sisma ha provocato finora 708 morti e un numero «indeterminato» di dispersi. Sono state oltre 100 le scosse di assestamento, quasi 90 di magnitudo pari o superiore ai 5 gradi sulla scala Richter. La Farnesina continua le sue verifiche: per il momento nessun italiano sembra coinvolto. Anche i 500 nostri connazionali che vivono a Concepcion stanno bene, secondo quanto confermato dall’ambasciatore Vincenzo Palladino. Secondo il governo, oltre 1 milione e mezzo sono i cileni colpiti dal sisma, per lo più nella provincia di Concepcion. Almeno mezzo milione le case distrutte o gravemente danneggiate. A Concepcion, dove i soccorsi lavorano per cercare sopravvissuti sotto le macerie - ci sarebbero oltre cento persone intrappolate sotto le rovine di un edificio di 14 piani crollato - la televisione nazionale ha mostrato immagini di saccheggi in diversi supermercati.  Dopo una carica della polizia con gas lacrimogeni, che ha disperso alcuni ladri che rubavano televisori al plasma ed altri elettrodomestici, alcuni supermarket hanno cominciato a distribuire gratuitamente generi di prima necessità agli abitanti, sotto il controllo delle forze dell’ordine. Il governo cileno distribuirà prodotti di prima necessità, in particolare aiuti alimentari, per le popolazioni interessate dal sisma di ieri nel centro del paese, ha annunciato Michelle Bachelet che ha proclamato lo «stato di emergenza eccezionale» nelle regioni di Maule e Biobio. Da parte sua il ministro della Difesa Francisco Vidal ha ammesso l’errore delle autorità locali nel non avere saputo anticipare i rischi di di uno tsunami sulle coste cilene dopo il sisma. La scossa di ieri ha provocato uno tsunami che ha devastato il villaggio di San Juan Bautista sull’isola di Robinson Crusoe al largo del Cile, dove sono morte almeno cinque persone e ne risultano disperse 11. È stato invece revocato l’allarme tsunami generalizzato per Asia e Pacifico lanciato ieri dal Pacific Tsunami Warning Center, con base nelle isole Hawai. Il centro aveva messo in allerta 53 paesi e territori nella zona, ma sia nell’arcipelago statunitense che in Giappone le autorità hanno dichiarato il cessato allarme. Piccoli tsunami sono stati registrati in Giappone e Russia, senza però che si siano verificati danni di entità significativa. Questa notte partirà per l’Argentina «un gruppo di valutazione» della Croce Rossa internazionale che cercherà di raggiungere il Cile, colpito ieri da un devastante terremoto che avrebbe provocato finora circa 400 vittime. Lo ha confermato a CNRmedia Alberto Monguzzi, responsabile del quartier generale della Croce Rossa Internazionale per il Centro e sud America a Panama.  «Stanotte partirà un nostro gruppo di valutazione diretto a Mendoza in Argentina, perchè ancora non si sa quando sarà operativo l’aeroporto di Santiago del Cile», ha spiegato Monguzzi. «Da lì andremo nella capitale cilena dove insieme agli operatori locali della Croce Rossa identificheremo le zone di aiuto. Di solito ci concentriamo sulle zone rurali, che hanno meno attenzione rispetto alle grandi città. Ma è un’idea che poi verificheremo in loco», ha detto Monguzzi. Anche l’Italia è pronta a inviare aiuti, ha spiegato il ministro degli Esteri Franco Frattini in un’intervista al Gr Rai, «quando lo Stato cileno lo chiederà». «Noi», ha spiegato Frattini, «abbiamo un’esperienza formidabile per gli interventi medici di emergenza, le unità mediche da campo, a parte ogni aiuto di primissimo soccorso, come le tende e i potabilizzatori dell’acqua».

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CILE: TERREMOTO 8.8 RICHTER

User photo not available Saturday, 27 February 10 - 06:14 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

Supera largamente la soglia dei cento morti il bilancio del terremoto che ha colpito le regioni centrali del Cile alle 3.34 ora locale (le 7.34 in Italia). Una stima, fornita dalla televisione cilena, destinata inevitabilmente ad aggravarsi. Nella regione di Maule, tra le più colpite assieme a Bio Bio e Araucania, le vittime sono passate da 34 a 85. Invariati i dati ufficiali delle altre regioni: 10 morti nella regione di Bio Bio, 13 nella zona della capitale Santiago; 12 nella regione di ÒHiggins; quattro nella regione di Valparaiso e cinque nell’Auracania. La presidente Michelle Bachelet ha dichiarato lo stato di calamità in cinque regioni e ha escluso la possibilità di tsunami sulle coste del Paese ma non ha escluso l’ipotesi di «onde di grande altezza» a livello locale, soprattutto nell’isola di Pasqua, dove è stato disposto lo sgombero delle coste come misure precauzionale. Bachelet ha confermato che le isole Juan Fernandez sono state colpite da un’onda anomala, ma anche in questo caso non si può parlare di tsunami vero e proprio; di fatto, sembra che nell’arcipelago non si siano avvertite scosse sismiche ma l’onda anomala si è sviluppata lungo tutte le coste e non solo dal lato dell’epicentro. Una fregata della Marina militare cilena è salpata alla volta dell’isola di Robinson Crusoe, l’unica abitata dell’arcipelago, per trasportare viveri ed altri aiuti. Il governo ha raccomandato di evitare tutti gli spostamenti non necessari: l’aeroporto internazionale di Santiago del Cile è stato chiuso, dato che le scosse hanno danneggiato i viadotti che portano alla zona degli imbarchi nazionali e internazionali, situati al terzo livello del terminal; le piste dello scalo sono agibili ma non è prevista alcuna riapertura prima di almeno settantadue ore. Secondo i dati diffusi dall’istituto di geofisica statunitense l’epicentro del sisma - di magnitudo 8,8 - si trova circa 300 chilometri a sud della capitale cilena, a 59 chilometri sotto il livello del mare; la scossa, durata un minuto e seguita da oltre una ventina di scosse di assestamento pari o superiori ai 5 gradi della scala Richter. Il sisma ha provocato l’interruzione dell’energia elettrica e dei collegamenti telefonici in gran parte del Paese. Il governo cileno ha disposto a titolo precauzionale lo sgombero delle persone che occupano le coste dell’isola di Pasqua verso le più alte zone del centro con le famosissime statue, nel caso che si possano verificare onde insolitamente alte dovute al violento sisma che ha colpito le regioni centrali del Cile. Un allarme tsunami è scattato anche per l’Australia, il Giappone e le coste della California.  Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno già offerto il loro aiuto alla popolazione sopravvissuta al terremoto. Le autorità di Washington sono in contatto con i responsabili del governo cileno per concordare un eventuale intervento. Da parte sua, l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, ha confermato che «tutti gli enti rilevanti europei stanno lavorando in stretta cooperazione per vigilare e valutare la situazione». «Continuerò a coordinare tali attività rimanendo in contatto con il presidente Michelle Bachelet e il presidente eletto Sebastian Pinera», ha aggiunto. La Croce Rossa internazionale sta preparando due aerei per la consegna dei primi aiuti umanitari. «La situazione non è ancora chiara. Alle 10 ora locale cilena ci sarà una riunione d’emergenza con la presidente Bachelet e con tutte le organizzazioni d’emergenza dello Stato cileno», ha confermato a CNRmedia Alberto Monguzzi, coordinatore del quartiere generale dell’unità di risposta alle emergenze della Croce Rossa Internazionale a Panama. La Croce Rossa internazionale ha già allertato un team per valutare la situazione e invierà «kit per l’igiene personale, kit per cucinare e coperte anche perché quella maggiormente colpita è una zona a sud del Cile, quindi molto fredda», ha detto Monguzzi. «Stiamo valutando la possibilità di inviare tende, perchè c’è stato un mese e mezzo fa il terremoto ad Haiti e le scorte di tende al momento sono ai minimi termini. Tra l’altro le zone colpite hanno soprattutto case costruite con materiale povero e non sappiamo ancora bene quali siano le reali condizioni», ha concluso l’esponente della Croce Rossa internazionale. Il ministero degli Esteri italiano ha avviato come da prassi tutto il possibile per verificare la situazione sul luogo del terremoto in Cile, e la presenza di eventuali connazionali. Su indicazione del ministro Frattini che segue lo sviluppo della situazione, l’unità di crisi è in contatto con il nostro ambasciatore a Santiago, a sua volte in contatto con le autorità cilene locali. L’Italia ha un consolato onorario a Conception, una delle città più toccate dal sisma, ma ci sono difficoltà di comunicazione. L’ambasciatore Vincenzo Palladino è in contatto con le autorità locali per conoscere l’entità dei danni provocati dal sisma e la sorte degli eventuali italiani in loco. Solo a Conception risultano registrati come residenti oltre 500 cittadini italiani.

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L'ICEBERG CHE MINACCIA IL CLIMA

User photo not available Saturday, 27 February 10 - 07:41 AM (GMT)
By Mauro Salza in Ambiente

Nel 2007, quando dal mastodontico ghiacciaio di Pine Island, nell’Antartide occidentale, si staccò un iceberg grande quanto Singapore gli scienziati lanciarono l’Sos: difficile, nelle condizioni attuali, immaginare d’avere ancora a lungo un Polo Sud così come lo si studia sui manuali di geografia. Due anni dopo la rivista americana «Geophysical Research Letters» avrebbe pubblicato una ricerca britannica secondo cui, alla velocità di scioglimento di 16 metri l’anno, il Pine Island sarebbe scomparso nel giro di un secolo invece dei sei originariamente stimati. Anche gli scettici più irriducibili non potranno negare che qualcosa si muove: il centro di ricerca australiano «Antarctic Climate and Ecosystems» ha intercettato un nuovo e gigantesco iceberg alla deriva al largo dell’Antartide, alcune migliaia di chilometri a Sud dell’Australia, una montagna immacolata delle dimensioni del Lussemburgo che contiene circa un quinto dell’acqua consumata in un anno in tutto il mondo. Le conseguenze potrebbero essere catastrofiche e di lungo periodo: secondo il glaciologo Neal Young, l’iceberg potrebbe bloccare un’area che «produce» un quarto delle acque più dense e fredde del pianeta, alterando le correnti e generando una serie di inverni particolarmente freddi in tutta l’area dell’Atlantico del Nord. All’inizio di febbraio il ghiacciaio Mertz, uno dei maggiori censiti, è stato urtato dall’iceberg B9B, 97 chilometri residui d’un blocco ancora più grande staccatosi nel 1987, e si è spezzato, liberando il blocco che ora fluttua nelle acque di «competenza» australiana, minacciando flora e fauna marina. «È una zona molto favorevole alla crescita delle alghe», spiega alla Bbc il professor Young. Ma non si tratta solo di quel che prospera nelle profondità dell’abisso: «A 2-300 chilometri di distanza da dove è stato avvistato l’iceberg ci sono colonie di pinguini imperatori abituati a dirigersi verso il mare aperto per cercare cibo: se il ghiaccio dovesse intasare le correnti, sarebbero costretti a migrare altrove». Gli esperti temono che lo spostamento di questi enormi blocchi di ghiaccio possa impattare sugli equilibri oceanici, alterando i rapporti di acqua dolce e salmastra e la stessa circolazione dell’ossigeno, fondamentale per qualsiasi forma di vita. Tutta colpa del surriscaldamento, archetipo dell’irresponsabilità umana secondo alcuni e secondo altri leggenda metropolitana? «Nessun evento di per sé è unicamente collegabile ai cambiamenti climatici, ma è indubbio che il trend dell’aumento delle temperature riguardi anche l’Antartico, specialmente nella zona occidentale», osserva Stefano Caserini, docente di fenomeni d’inquinamento al Politecnico di Milano. I dati «statisticamente significativi» sono tutti lì, nella «Copenhagen Diagnosis», l’aggiornamento del quarto rapporto dell’Ipcc dell’Onu: «La deglaciazione ha motivazioni complesse, ma di certo il surriscaldamento dà un contributo». Dal giorno della collisione il B9B e l’iceberg grande quanto il Lussemburgo si muovono a poca distanza uno dall’altro, vascelli fantasma con a bordo il destino degli oceani e del clima globale.

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ONDA NERA NEL LAMBRO

User photo not available Wednesday, 24 February 10 - 09:26 PM (GMT)
By Mauro Salza in Inquinamento

La marea di olio combustibile che ha invaso all'alba di martedì il fiume Lambro è arrivata al Po. E' allarme a livello nazionale per i dieci milioni di litri di gasolio fuoriusciti all'alba di martedì dai depositi della ex raffineria "Lombarda Petroli" di Villasanta, vicino a Monza. Sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi. Nei prossimi 5 giorni, parte del materiale inquinante interesserà l'asta del Po nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara. «È un gravissimo attentato all'ambiente ed alla salute pubblica il caso di sversamento doloso di idrocarburi nel fiume Lambro. Confidiamo che le indagini in corso conducano rapidamente all'individuazione dei responsabili contro i quali il ministero dell'Ambiente si costituirà parte civile», afferma in una nota il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. L'incessante lavoro dei vigili del fuoco non è stato sufficiente per fermare la sostanza inquinante, che ha passato anche la barriera di galleggianti posta nel territorio di Sant'Angelo Lodigiano: gli sbarramenti non hanno raggiunto il fondo del fiume, perché la forza dell'acqua li ha sollevati. Al lavoro una task force formata dai Pontieri, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e l'Arpa. È già attivo un tavolo di coordinamento tra i diversi enti interessati alla salute del Po. Sono in corso analisi chimico-fisiche da parte di Arpa e la realizzazione di tre sbarramenti in provincia di Piacenza per il contenimento e il parziale recupero del materiale inquinante. «Il passaggio della massa di olio combustibile - fa sapere la Protezione civile - potrà essere segnalato da odore caratteristico di idrocarburi che perdurerà per alcuni giorni e da una colorazione iridescente delle acque superficiali». Durante la notte, alla diga di San Zenone al Lambro (sbarramento realizzato negli anni '30 per utilizzare le acque del Lambro nella centrale idroelettrica di Enel Green Power), i tecnici della società hanno lavorato febbrilmente per contribuire a fermare l'onda inquinante. Lo sbarramento si è rivelato determinante per bloccare in parte il defluire degli idrocarburi. Nel pomeriggio di mercoledì Formigoni ha annunciato che la Regione Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza per l'inquinamento del Lambro. «Abbiamo chiesto lo stato di emergenza, ma chiedere lo stato di emergenza significa chiedere soldi e quest'anno di emergenze in Italia ne sono capitate tante». Il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani sta valutando se fare altrettanto. Formigoni ha aggiunto che la Regione «aveva già messo in piedi da anni un piano di recupero, al contrario di quanto detto da alcuni avvoltoi». Il presidente si è detto indignato: «Siamo in presenza di un grave atto criminale, di odio contro il nostro territorio e la nostra gente. Chiedo indagini forti e rapide e che al più presto si individuino i responsabili. Ci deve essere una ribellione contro questi atti criminali, vanno individuati i responsabili e assicurati alla giustizia, e la giustizia contro costoro deve essere particolarmente rigorosa». «Di fronte a questo atto criminale - ha concluso - le istituzioni e la Regione in primis hanno reagito facendo tutto quello che si doveva fare. I nostri tecnici sono impegnati fin dal primo momento. Siamo davanti ad un atto di boicottaggio e di odio, frutto di una mentalità che va stigmatizzata». Il Wwf, annunciando che si costituirà parte civile nel processo, riferisce che è stata colpita anche l'Oasi di Montorfano, «uno degli unici esempi di riqualificazione su 130 km del Lambro». Le prime specie a essere direttamente colpite dal disastro ambientale sono state quelle acquatiche: pesci, anatre selvatiche, le colonie di aironi che proprio in questi giorni hanno iniziato a nidificare sulle sponde del Po. Sono decine gli animali ripescati senza vita. In allerta il centro di recupero animali selvatici Wwf di Vanzago, dove già ieri sono stati portati i primi germani reali interamente coperti di gasolio: verranno curati dai veterinari del centro. Purtroppo, spiegano gli esperti, i danni di questo sversamento si ripercuoteranno su tutta la catena alimentare, con conseguenze che dureranno nel tempo, e si registrano già gravissime conseguenze sul settore agricolo che gravita intorno al sistema fluviale. «Per rimediare a questo disastro ambientale, non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi - spiega Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia -. Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma è soprattutto necessario per il benessere di tutto l'ecosistema del Po e delle attività che da esso dipendono». La Provincia di Milano, dopo il vertice svoltosi martedì pomeriggio a Palazzo Diotti, ha individuato, di concerto con la Prefettura, una serie società e consorzi in grado di aspirare, attraverso pompe idrauliche, le diverse tonnellate di gasolio e olio combustibile per poi caricarle su apposite autobotti. Il Gli oli saranno smaltiti in centri di smaltimento rifiuti autorizzati della Lombardia, ma anche del Piemonte e della Liguria. Unità della Direzione ambiente, della Polizia provinciale e del Servizio di Protezione civile hanno operato con il massimo impegno per fare fronte al disastro ecologico. Legambiente intanto ha lanciato un appello: «La Regione Lombardia chieda al Governo la dichiarazione di stato di emergenza ambientale nazionale». Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale, e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, commentano: «Siamo di fronte a un disastro ambientale vero e proprio, il problema non riguarda solo il fiume Lambro ma tutta l'asta del Po fino al delta. Per arginare i danni che può causare la macchia d'olio, urge un coordinamento nazionale degli interventi delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna». Rosalba Giugni, presidente dell'associazione Marevivo, aggiunge che gli oli inquinanti, passando dal Po all'Adriatico, causeranno gravi danni all'ecosistema marino, mettendo in pericolo circa 10mila specie marine tra fauna e vegetali.

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INONDAZIONE A MADEIRA: MORTI E FERITI

User photo not available Monday, 22 February 10 - 05:48 PM (GMT)
By Mauro Salza in Alluvioni

Con il trascorrere delle ore continua ad aggravarsi il bilancio delle vittime dell’alluvione di Madera, l’isola portoghese nell’Oceano Atlantico, devastata dalle piogge torrenziali e dagli smottamenti. Secondo gli ultimi dati forniti dalle autorità il numero dei morti è salito a 42, mentre i feriti sono oltre 120. Almeno 250 le persone costrette ad abbandonare le proprie case. «Nessun italiano coinvolto», ha detto l’ambasciatore italiano in Portogallo, Luca Del Balzo a Sky Tg24. «Non si conosce invece il numero dei dispersi, e per questo», ha detto in conferenza stampa il portavoce dei servizi regionali, Francisco Ramos», il bilancio finale sarà probabilmente ancora più pesante. Intanto il premier portoghese Jose Socrates, che si trova sull’isola, si è detto «profondamente scioccato» dalla gravità della situazione. Per fronteggiare l’emergenza la Protezione civile portoghese ha inviato sull’isola un team di medici assistito da sommozzatori. Impegnato in prima linea nei soccorsi anche l’esercito. Funchal, principale città dell’arcipelago, e altre città, sono state sommerse dall’acqua e dal fango, e il premier Socrates ha garantito che «farà il possibile per aiutare» la popolazione locale. Il ministro dell’Interno, Rui Pereira ha detto che le autopsie sulle vittime saranno eseguite in tempi rapidi per permettere lo svolgimento delle esequie il prima possibile. «Stiamo studiando la possibilità di proclamare lo stato di emergenza per chiedere aiuto all’Unione Europea», ha aggiunto. L’attaccante portoghese del Real Madrid, Cristiano Ronaldo si è detto «incredulo, scioccato e costernato» per la catastrofe che ha colpito l’Isola di Madeira. L’ex fuoriclasse del Manchester United ha parlato di «una tragedia senza precedenti» stringendosi «al dolore di tutta la popolazione». Ronaldo, nativo di Madeira, si è detto disponibile a collaborare con le autorità. «Nessuno può restare indifferente di fronte a questa calamità di grandi proporzioni», ha detto Ronaldo attraverso il sito dei suoi agenti di Gestifute, «ancor meno io che sono nato e cresciuto a Madeira, un’isola che ovviamente mi ha dato molto».

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ALLARME SMOG IN ITALIA

User photo not available Wednesday, 17 February 10 - 04:54 PM (GMT)
By Mauro Salza in Inquinamento

Sono già tre le città italiane, Brescia, Monza, a cui oggi si è aggiunta anche Milano, che a 45 giorni dall’inizio del 2010 hanno superato il limite consentito dei 35 giorni limite per i livelli di Pm10. Otto città hanno superato i trenta giorni, e presto oltrepasseranno il massimo consentito. Tra queste, Padova (33) e Torino (32) e scalano velocemente la classifica anche Napoli (28), Venezia (27) e Bologna (25). Si tratta di dati allarmanti «che prospettano anche per il 2010 un anno critico per lo smog in città». L’allarme è stato lanciato da Legambiente nel giorno del lancio del Treno Verde, la campagna di monitoraggio sull’inquinamento atmosferico e acustico che festeggia i suoi 20 anni attraversando nuovamente l’Italia. Ieri a Roma Termini, l’iniziativa è stata presentata dal presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, dall’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti e dal ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. Dall’inquinamento atmosferico all’edilizia insostenibile, dal traffico al degrado urbano, i visitatori del treno saranno chiamati a fotografare esempi di scarsa considerazione dell’ambiente, ma anche buoni esempi di sostenibilità che vale la pena testimoniare. Partendo oggi da Roma, il Treno Verde si dirigerà a Messina, Crotone e Potenza, risalendo poi la penisola attraverso Latina, Ancona, Ravenna, Vicenza, Milano e Genova. Cogliati Dezza ha sottolineato come non sia una novità che «tutti gli investimenti, locali e nazionali abbiano fino ad ora privilegiato il trasporto su gomma a danno delle forme di mobilità alternative. Dal 2002 al 2009, i finanziamenti statali della Legge obiettivo hanno riguardato per il 67% circa strade e autostrade, mentre meno del 21% è stato destinato alla rete metropolitana che, con una copertura di soli 161,9 km, risulta essere la più corta d’Europa». Stesso discorso per le ferrovie suburbane, che contano 591,7 km di estensione: «pochissimi - scrive Legambiente - rispetto, ad esempio, ai 2033 km della Germania». Nelle varie tappe, il Treno Verde ospiterà i ragazzi delle scuole per far conoscere il legame che esiste tra consumi, sprechi energetici, inquinamento e cambiamenti climatici.

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QUANDO AUMENTA LO SMOG STOP ALLE AUTO

User photo not available Sunday, 07 February 10 - 12:58 PM (GMT)
By Mauro Salza in Inquinamento

Torino. Dopo venti giorni consecutivi di superamenti dei Pm10 nel solo mese di gennaio, rispetto ai 35 previsti dalla normativa europea per l’intero anno, Torino getta la spugna e ferma i motori in tutta la città. Accadrà domenica, dalle 10 alle 18. La debole nevicata attesa tra stasera e domani mattina - previsti 5 centimetri - non basta per spingere il Comune a revocare l’ordinanza già firmata dal vicesindaco Dealessandri. Decisione a sorpresa, quella presa di buon mattino nell’ufficio del sindaco, giustificata dai numeri: dall’11 al 30 gennaio la soglia massima di 40 microgrammi per metro cubo è stata costantemente superata. Dopo la breve tregua di domenica 31 gennaio, i valori si sono di nuovo impennati: 54 e 78 mc/metro cubo la media rilevata lunedì e martedì dalla centralina di Torino Lingotto. La conferma di una situazione fuori controllo - al netto dei divieti vecchi e nuovi (quello per gli Euro2 diesel con più di 10 anni è entrato in vigore lunedì) -, che ha spinto l’assessore all’Ambiente Roberto Tricarico a convocare a Torino il 22 febbraio i sindaci dell’area padana per studiare misure uniformi e sulla quale si è acceso il riflettore della Procura. Proprio ieri in Comune è arrivata la lettera con la richiesta di acquisire la documentazione sugli interventi anti-smog. Prima ancora era toccato alla Provincia. A quell’ora Chiamparino e Dealessandri - con gli assessori Tricarico, Mangone, Sestero e Altamura -, avevano già optato per un blocco che domenica potrebbe essere condiviso da Milano (il capoluogo lombardo deciderà oggi). La Provincia di Torino, nella persona dell’assessore Ronco (Ambiente), invita i Comuni limitrofi ad aderire ma, dato lo scarso preavviso, si rimette alla loro decisione. Angelo Ferrero, ex sindaco di Moncalieri, ha scritto al commissario prefettizio chiedendo di recepire il blocco. Spiega Tricarico: «E’ una misura indispensabile per interrompere una serie negativa di sforamenti dei Pm10, prodotti in larga parte dal traffico». I dettagli dell’ordinanza saranno resi noti oggi anche se ricalcherà quelle degli anni passati: vale per le deroghe, per alcuni corridoi salvaguardati, e per la sanzione prevista (71 euro). Il sindaco invita a non superare i 20 gradi di riscaldamento nelle case, Gtt potenzierà del 20% i mezzi pubblici sulle linee principali. Polemici il Pdl (Bonino) e La Destra (Lonero). Cerutti, Sinistra & Libertà, plaude allo stop e chiede di censire i cantieri in città. La Regione rimarca il progressivo miglioramento della qualità dell’aria: 45 mc/metro cubo la media dei Pm10 in Piemonte nel 2006, 38 nel 2007, 35 nel 2008, 34 nel 2009. A Torino la differenza, ma sul lungo periodo, la faranno il completamento della linea uno del metrò, la nuova linea due e la nuova centrale di Iride nella zona Nord. L’impianto, ha spiegato l’assessore de Ruggiero (Ambiente), dovrebbe ridurre del 3% dei Pm10 nel Torinese. Alla voce «paradossi» ci sono i 5 milioni di incentivi regionali, mai riscossi, per i Comuni che destinano almeno il 20% del loro territorio a Ztl. Torino non fa eccezione. Ieri il vicepresidente della Regione Peveraro ha confermato i nuovi incentivi, fino a 1500 euro a testa, per gli artigiani che vogliono montare il «Fap» sugli Euro2 diesel con più di 10 anni. La richiesta va presentata ad «Artigiancassa» entro il 16 novembre.
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LE CICCHE DI SIGARETTA INQUINANO COME UN RIFIUTO INDUSTRIALE

User photo not available Friday, 29 January 10 - 04:59 PM (GMT)
By Mauro Salza in Inquinamento

Raccolta differenziata per le cicche di sigaretta, pericolose per ambiente e salute quanto i rifiuti industriali: è la proposta lanciata dagli esperti dell' Enea, che in un convegno a Roma hanno presentato i primi dati sugli inquinanti che vengono dispersi nell'ambiente con i 195 milioni di cicche di sigaretta gettati via dove capita ogni giorno in Italia (per un totale di 72 miliardi l'anno).
Si calcola che le cicche gettate via nel mondo dagli 1,5 miliardi di fumatori siano 4,5 milioni di miliardi ogni anno, pari a 845 mila tonnellate. Complessivamente contengono 7.800 tonnellate di agenti chimici pericolosi. Le cicche sono anche i rifiuti più comuni nel mare: nel Mediterraneo, per esempio, rappresentano il 40% dei rifiuti, contro il 9,5% delle bottiglie di plastica, l'8,5% dei sacchetti di plastica, il 7,6% delle lattine di alluminio.

PROBLEMA VOLUTAMENTE DIMENTICATO - «Il problema è sempre esistito, ma è stato volutamente dimenticato», osserva Carmine Ciro Lombardi, fra gli autori dello studio con Giuliana Di Cicco e Vincenzo Zagà, della Ausl di Bologna. «Finora si è ignorato - aggiunge - che anche le cicche contengono sostanze tossiche». Ma adesso per la prima volta i componenti nocivi contenuti nelle cicche vengono elencati e misurati considerando che i 13 milioni di fumatori italiani consumano 15 sigarette al giorno. Ecco le principali sostanze :
- Nicotina: con le cicche se ne disperdono nell'ambiente 324 tonnellate l'anno. Sono noti i suoi effetti come insetticida ed è tossica anche per gli animali acquatici. Ingerire la nicotina contenuta in poche decine di cicche può uccidere un uomo adulto e ingerire una sola cicca può causare in un bambino problemi respiratori fino alla paralisi.
- Polonio 210: è un elemento radioattivo e cancerogeno. Quello contenuto nelle cicche disperse nell'ambiente ogni anno ha valori di radioattività pari a 1.872 milioni di bequerel (Bq).

- Composti organici volatili: sono prodotti con la combustione e si calcola che i 50 milligrammi di queste sostanze prodotte fumando una sigaretta restino per metà nel filtro. Perciò le cicche gettate via in un anno disperdono 1.800 tonnellate di composti come benzene, formaldeide, acetone e toluene.

- Gas tossici: i principali sono acido cianidrico e ammoniaca e con le cicche se ne riversano complessivamente ogni anno nell'ambiente21,6 tonnellate. L'ammoniaca, spiega Lombardi, viene aggiunta al tabacco allo scopo di far aumentare la disponibilità di nicotina«.

- Catrame e condensato: il primo è un noto cancerogeno e il condensato comprende una grande quantità di composti, come idrocarburi policiclici aromatici, benzopirene e metalli.

- Acetato di cellulosa: è contenuto nel filtro e le 12.240 tonnellate che ogni anno finiscono nell'ambiente non sono biodegradabili. È una materia plastica che dà origine a composti pericolosi per gli animali acquatici, in particolare possono danneggiare l'apparato riproduttivo dei pesci.

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HAITI E' SU UNA ZATTERA IN MOVIMENTO

User photo not available Friday, 15 January 10 - 03:59 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

«Haiti è una delle zone più a rischio della Terra in fatto di terremoti. Lo racconta la sua storia, lo mostrano le mappe geologiche dove si vede l’isola al bordo di una piccola placca stretta fra altre gigantesche. In gioco ci sono forze straordinarie capaci di distruzioni immani quando si manifestano». Gianpaolo Cavinato, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingeneria del Cnr, ha studiato i movimenti sismici nei continenti, talvolta li ha inseguiti con impressioni così forti difficili da tradurre in parole. Negli ultimi cinquecento anni nell’area si sono già verificati 12 terremoti più violenti dell’attuale superando i 7,5 gradi della scala Richter. La crosta della Terra è suddivisa in tanti pezzi che i geologi chiamano placche con uno spessore variabile da dieci chilometri a oltre settanta, a seconda dal luogo, negli oceani o sui continenti. Le placche si scontrano fra loro, alcune si inabissano sotto le altre, e altre ancora scivolano sullo stesso piano e dove vengono a contatto il movimento sviluppa energia. Questo accade lungo le faglie, cioè le fratture, che segnano la spaccatura della crosta. Haiti emerge dalla placca caraibica che è come una zattera in moto verso est. A nord si scontra con la grande placca nordamericana in viaggio invece verso ovest alla velocità di 2 centimetri all’anno e a sud con la altrettanto estesa placca sudamericana che s i sposta a nord-ovest di 1,5 centimetri all’anno. Quindi la «zattera» si trova stretta fra imponenti masse che agiscono di continuo sul suo territorio.

Ma non basta. La stessa placca caraibica è percorsa al suo interno da faglie minori che aumentano sia i rischi, sia le forze in gioco. Su una di queste è addirittura collocata la capitale di Port-au-Prince rimasta vittima di imponenti distruzioni. Il suo territorio è infatti diviso in due parti in movimento nella stessa direzione ma con velocità diverse intorno a 70 millimetri all’anno. «Nel continuo scivolare strette fra loro — spiega Cavinato — accumulano un’energia che ad un certo punto deve liberarsi ma non si sa dove e quando». Questa volta il punto sotterraneo in cui si è scatenata la violenza distruttrice, l’ipocentro come lo chiamano i geologi, era a 10 chilometri di profondità e a 16 chilometri dalla capitale. Santo Domingo, al contrario, dall’altra parte dell’isola, è in una posizione meno pericolosa perché le due faglie esistenti sul territorio della Repubblica Dominicana restano lontane, transitando una a nord e l’altra marginalmente a sud. La città, dunque, è meno soggetta a rischi. E Il terremoto è rimasto lontano. Ma da dove arriva la forza che fa muovere senza sosta le placche della crosta terrestre? «Il nostro pianeta è come una macchina termica— precisa lo scienziato—con un cuore incandescente. È proprio il calore che ha al suo interno ad alimentare un’energia capace di spostare le placche». Così il volto della Terra continua a cambiare e a rimodellarsi. Circa 300 milioni di anni fa c’era il supercontinente unico, Pangea, che lentamente si è diviso nei continenti attuali. Ma non era la prima volta che accadeva. Per il nostro pianeta è un fatto ciclico e già in precedenza si era verificato: insomma, è un continuo comporsi e scomporsi proprio grazie al calore che, come in una pentola, quando bolle sposta il coperchio. «La regione dei Caraibi è tra le più calde — sottolinea Cavinato — e la prova sta anche nelle catena di vulcani attivi presenti lungo la costa pacifica del Nicaragua. Un dozzina di bocche di fuoco che testimoniano dei potenti scontri geologici in atto nelle profondità».

Gli stessi specialisti della sede dell’Onu crollata avevano evidenziato i rischi legati alle faglie pianificando interventi e costi. Mai ascoltati. È proprio risalendo lungo la linea dei vulcani che si incontra la famosa faglia di Sant’Andrea che separa la placca nordamericana dalla placca pacifica. È qui che si aspetta il Big One, il super terremoto che potrebbe scuotere disastrosamente la costa californiana riportando alla memoria il tremendo ricordo di San Francisco con il tragico mattino del 18 aprile 1906 e l’imponente incendio che fece più vittime del sisma. In quell’occasione si misurò uno spostamento della faglia di 6,5 metri. Ma più recentemente, e ripetutamente, la terra ha tremato a Los Angeles. Nel 1994 ci furono una settantina di vittime e anche nel luglio 2008 il fenomeno seminò paura. Anzi alcuni scienziati hanno interpretato quest’ultimo come un preavviso del Big One. Proprio per cercare indizi del suo arrivo i geologi americani hanno scavato un buco, una perforazione sino a 3,2 chilometri di profondità vicino alla cittadina di Parfield, tra San Francisco e Los Angeles. L’operazione, nota come «Safod Project» è condotta dal Geological Survey per prelevare campioni del suolo in prossimità della faglia e capire nello studio delle loro caratteristiche se manifestano segni utili a qualche previsione. «Purtroppo possiamo ancora fare ben poco per anticipare lo scatenarsi di un sisma — dice con amarezza Cavinato —. Ci limitiamo a misurare e valutare gli spostamenti superficiali del suolo o a cogliere qualche indicazione in profondità per tentare, ad esempio, di calcolare l’accumulo di energia. Sono dei tentativi — aggiunge — perché le faglie sono lunghe centinaia e centinaia di chilometri e studiando un solo punto non possiamo decifrare come e dove i fenomeni possono accadere e con quali caratteristiche».

Qualche aiuto ora arriva anche dallo spazio e con i satelliti Gps è possibile sorvegliare lo slittamento delle superfici. Indagini più sofisticate si conducono con i satelliti Lageos della Nasa e dell’Asi italiana facendo rimbalzare nello spazio un raggio laser e calcolando quanto i continenti si separano fra loro. Adesso c’è la frontiera più avanzata dei satelliti radar attraverso i quali si tengono sotto controllo le deformazioni del suolo. La Protezione civile italiana ha già chiesto all’Agenzia spaziale italiana Asi di scandagliare l’area di Haiti con la costellazione dei satelliti radar «CosmoSkymed » le cui immagini sono in corso di elaborazione dalla società «e-Geos». «Per una stima della situazione stiamo effettuando anche un confronto con le immagini della zona raccolte nell’aprile scorso — commenta Alessandro Coletta, responsabile della missione in Asi — e con i continui sorvoli dei giorni prossimi forniremo agli scienziati una fotografia delle modifiche avvenute. Sono dati utili per interpretare meglio la natura geofisica dell’area e possono essere preziosi, speriamo, per il futuro».

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TESTIMONIANZA DIRETTA DELLA CATASTROFE

User photo not available Thursday, 14 January 10 - 01:50 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

Un piccolo charter di 21 posti noleggiato a Santo Domingo assieme alla troupe della tv Abc, al "Miami Herald" e ad alcuni giornalisti francesi. Ecco come sono arrivato a Port au Prince dal cielo, visto che il percorso via terra - circa 300 km - dalla Repubblica Domenicana e' ostacolato da strade inagibili sul lato di Haiti e via mare il porto della capitale e' stato seriamente danneggiato dal sisma di martedi'. La trattativa per il noleggio del charter e' stata una sorta di bazar in versione caraibica. Arrivato all'aeroporto internazionale di Santo Domingo con il primo volo partito da New York al mattino di mercoledi' mi sono ritrovato assieme alla troupe della Abc davanti ad una cabina telefonica per parlare con Air Caribe che, dall'altro e piu' piccolo aeroporto di San Domingo, gestisce i charter che volano sull'isola Hispaniola che in genere si occupano di turisti. Dall'altro capo del filo si sono alternate voci di donna differenti, cambiando nome a piu' riprese, prima negando di poter volare verso Haiti, poi prendendo tempo e infine assicurando di poter trovare un aereo a patto che fosse possibile riempire tutti e 21 i posti, al costo di 10 mila pesos l'uno, ovvero circa 270 dollari. Poiche' i giornalisti dell'Abc erano quattro, in cinque non ci avrebbero mai preso. E' cosi' partita un'affannosa ricerca di altri colleghi appena arrivati dagli Stati Uniti. Prima Jose' Iglesias, dell''Herald Miami", poi un gruppo di francesi e infine due cameramen freelance ci hanno consentito di raggiungere il quorum. "Tomate un taxi, lo mas temprano posible" ci ha detto la signora Diaz di Air Caribe facendoci capire che avrebbe dato via i posti ai primi arrivati. La traversata di Santo Domingo e' avvenuta con un van, ad altissima velocita'. Tanto noi che l'autista sapevamo che giungendo tardi avremmo rischiato che a salire sul charter avrebbero potuto essere degli altri, magari capitati li' per caso. Una volta al terminal le procedure doganali sono state sbrigate in pochi minuti e siamo stati catapultati dentro il piccolo bimotore "Mas', che e' decollato subito. L'unico imprevisto e' stato che Air Caribe ha chiesto a tutti noi di pagare in contanti e l'unico bancomat del piccolo scalo e' andato in tilt a causa della raffica di richieste di 10000 pesos, che a Santo Domingo e' una cifra considerevole. Ce la siamo cavata cambiando sul posto dollari, per trovare la cifra che manca. Il volo e' durato circa un'ora, sopra il massiccio montagnoso che segna la continuita' geografica fra i due Stati che convivono sulla stessa isola. L'Abc ha iniziato a riprendere tutto cio' che si vedeva a terra appena il giovane pilota dominicano ci ha detto che eravamo sopra Haiti. Siamo passati prima su alcuni villaggi di montagna, con piccole case isolate a precipizio sui monti, poi sopra le pendici che portano alla grande valle verde che porta alla capitale affacciata sul Mar dei Caraibi. E' stato allora che le devastazioni del terremoto ci sono apparse via via sempre piu' chiare. Il bimotore ha fatto due passaggi a bassa quota sulla citta' prima di atterrare e i quartieri dall'alto mostravano i drammatici segni del sisma magnitudo 7. Case crollate, palazzi sventrati, voragini nelle strade e poche persone in giro, questi tutte a piedi. Non abbiamo visto una macchina, solo qualche motorino. L'atterraggio e' avvenuto poco prima del tramonto su una pista dove c'erano i primi aerei con gli aiuti umanitari: un boeing islandese, due velivoli da trasporto della Guardia Costiera degli Stati Uniti e due charter di American Eagle e Miami Air. Scesi dalla scaletta del bimotore abbiamo ricevuto le valigie dalle mani dei piloti che ci hanno letteralmente detto "now you are on you own", ora cavatevela da soli. Il percorso sulla pista fino all'entrata del terminal e' avvenuto di fronte agli occhi incuriositi di decine di poliziotti locali, poco piu' avanti c'erano riunite le famiglie dei diplomatici Usa che stavano evacuando e, in un angolo, l'intera squadra della Cnn, guidata da Sanjay Gupta, arrivata un'ora prima con un proprio charter e accampata dentro l'aeroporto "in attesa di cosa fare". Assieme all'inviato del "Miami Herald" abbiamo tentato di uscire dal terminal ma ci siamo trovati di fronte ad una folla di centinaia, forse migliaia, di haitiani che tentavano di entrare sperando di salire su un qualsiasi volo e fuggire. La tensione fra i pochi militari presenti e la folla ci ha suggerito di rimanere nel terminal per tre ore, passate assieme ai militari americani della Guardia Costiera che ci hanno fatto assistere al loro primo briefing su "cosa portare dove". Nella confusione generale un diplomatico americano mi ha contato fra i connazionali da evacuare, rimproverandomi di non essere in fila come gli altri. Poi accortosi dell'errore si e' limitato a dire che era contento di avere "un posto in piu' del previsto". Per i colleghi della Abc lo shock e' stato veder Gupta gia' sul posto visto che la loro stella, Dianne Sawyer, e' ancora a Santo Domingo e tentera' di arrivare questa mattina. Solo a notte inoltrata ci siamo potuti muovere dall'aeroporto a bordo di jeep blindate affittate dalla Abc che ci hanno portato nella base dei caschi blu, dove il personale dell'Onu ci ha fatto cenare con biscotti provenienti dalle razioni militari "Halal" del contingente dello Sri Lanka e acqua minerale purificata. "Sei il primo giornalista italiano che arriva qui" mi ha detto Matteo Manin, giovane volontario di Padova che e' qui da due anni. Al momento di andare a dormire su giacigli improvvisati i giovani funzionari dell'Onu ci hanno consigliato di "dormire dentro edifici prefabbricati e non in mattoni" nel timore di nuove scosse. Che sono arrivate, forti e puntuali, quando erano le 3.10 del mattino.

MAURIZIO MOLINARI, INVIATO A PORT-AU-PRINCE (LaStampa.it)

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VIOLENTO SISMA DISTRUGGE HAITI

User photo not available Wednesday, 13 January 10 - 01:17 PM (GMT)
By Mauro Salza in Terremoti

Una catastrofe. Mai un terremoto di tale portata aveva devastato Haiti, anche se per ora è impossibile valutare appieno le conseguenze del sisma che ieri sera - le 16.53 ora locale, quasi le 23 in Italia - ha colpito l’isola di Haiti e in particolare la capitale, Port-au-Prince. Si teme che i morti siano migliaia. La capitale è rasa al suolo. Sono crollati numerosi edifici pubblici, compresi il palazzo presidenziale e la sede locale delle Nazioni Unite: «Il cielo di Port-au-Prince, subito dopo il terremoto, è diventato una nuvola di polvere grigia», ha detto Henry Bahn, un funzionario Usa in missione nella capitale. Per tutta la notte s'è scavato a mani nude, al buio, perché non esiste più corrente elettrica. Le comunicazioni telefoniche sono saltate. Duecento persone sono disperse in un albergo di lusso nella capitale, il Le Montana. Dei quattro ospedali di Port-au-Prince, tre sono crollati e il quarto non riceve più feriti perchè intasato. In città sono pure già comparsi gli sciacalli, che hanno saccheggiato un supermercato crollato. E la terra continua a tremare: si sono contate 33 scosse in 10 ore, l'ultima delle quali stamane, quando in Italia erano le 8,23. Al momento non risultano italiani coinvolti. L’Unità di crisi della Farnesina sottolinea però che «la mancanza di informazioni non vuol dire che non ce ne siano». Gli Stati Uniti si sono mobilitati per inviare i primi soccorsi e moltissime nazioni preparano aiuti, dal Venezuela e Santo Domingo fino ad Israele e all'Australia. Dall'Italia parte un primo aereo della Protezione civile mentre a Bruxelles in una riunione d’emergenza dell’esecutivo Ue s'è deciso di stanziare subito 3 milioni. Intanto la Francia ha fatto partire due aerei con soccorritori e materiale - uno dalla Martinica e uno da Marsiglia -, la Germania ha stanziato un milione, e la Federazione Internazionale della Croce Rossa ha convocato una riunione di emergenza a Ginevra. L'Unicef e "Save the children" si stanno muovendo per i bambini. Il presidente di Haiti Renè Preval e la first lady Elisabeth Debrosse Delatour sono scampati al terremoto: l' ha reso noto l’ambasciatore di Haiti negli Usa Raymon Alcide Joseph, secondo il quale «si tratta di una catastrofe colossale. Questo è il giorno peggiore nella storia di Haiti». Il sisma, di magnitudo 7.0, è il più violento dal 1770 secondo i dati forniti dall’Usgs, l’Istituto di Geofisica americano. Il terremoto principale, seguito da diverse scosse di assestamento di magnitudo superiore a 5, si è prodotto alle 16.53 locali con epicentro a 15 chilometri ad ovest dalla capitale Port-au-Prince (due milioni di abitanti) e a una profondità di 8 chilometri. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha espresso solidarietà e ha manifestato profonda preoccupazione per i numerosi componenti dello staff delle Nazioni unite, di cui non si hanno notizie. Sono morti tre caschi blu giordani e otto cinesi, e risulta fra i dispersi anche il capo della missione, il generale Carlos Alberto dos Santos Cruz, di nazionalità brasiliana. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è intervenuto neppure un’ora dopo il sisma per esprimere il suo cordoglio: «I miei pensieri e le mie preghiere vanno a tutti coloro che sono stati colpiti», ha dichiarato. «Seguiamo la situazione da vicino e siamo pronti ad andare in aiuto del popolo di Haiti». L’Onu è presente ad Haiti dal 2004 con una forza di stabilizzazione di 9.000 uomini che ha contribuito alla riduzione della violenza in quello che è il paese più povero del continente americano.

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IL MALTEMPO COSA 200 MILIONI

User photo not available Sunday, 10 January 10 - 03:23 PM (GMT)
By Mauro Salza in Ambiente

Le prime stime provvisorie che arrivano dalle varie sedi provinciali della Cia-Confederazione Italiana Agricoltori parlano di danni all’agricoltura provocati dall’ondata di maltempo che superano i 200 milioni. Anche le altre organizzazioni agricole hanno avviato un monitoraggio della situazione. Confagricoltura mette subito le mani avanti lanciando un allarme contro il rischio di speculazione: «Allo stato attuale dei fatti qualsiasi aumento dei prezzi al consumo non è giustificabile». Secondo la Coldiretti la situazione nel Lazio e nell’Umbria rischia di aggravare il pesante bilancio dei giorni scorsi in Toscana con interi vivai distrutti e danni alle coltivazioni di ortaggi e cereali. In diverse aree rurali l’impossibilità dei terreni di assorbire le enormi quantità di acqua cadute in breve tempo ha favorito in molti casi lo scorrimento superficiale con il trasporto di fango e detriti con frane e smottamenti. In quelle zone i dirigenti della Cia hanno verificato la distruzione in campo aperto di ortaggi e verdure. Secondo la Confederazione sono state «spazzate via intere produzioni di insalata, di cavoli, di cavolfiori, di cicoria, di radicchio, di carciofi, di verza, di spinaci». E sono stati devastati dalle acque i campi appena seminati a cereali. In alcune zone deve essere effettuata la risemina del grano. Ma ci sono anche timori per le strutture agricole (capannoni, serre, stalle, silos) e per il bestiame. In difficoltà anche i vivai, soprattutto quelli della provincia di Pistoia. Secondo Coldiretti «molti vivaisti specializzati in coltivazioni di ligustrum, mimosa e palme che nei giorni precedenti la nevicata avevano iniziato a causa delle alte temperature il processo vegetativo. Seriamente danneggiate anche alcuni vivai legati essenzialmente alle produzione di piante di rose, di olivi e le essenze tipiche come il cipresso toscano e quello giallo: rovinati l'apice e la punta dei rami. Per i vivai specializzati in arte topiaria ed essenze mediterranee si parla di un 80% di produzione danneggiata. La stima complessiva dei danni potrà essere fatto solo più in là quando. Ad oggi, infatti, si possono calcolare solo i danni derivanti dalla perdita di prodotto e dalla necessità di ripetere le semine dei cereali. Poi si dovrà capire quando l’ondata di freddo avrà fatto salire il costo del riscaldamento per le serre. E poi ci saranno da conteggiare le spese legate al fattore logistica e dunque alla difficoltà di rispettare i tempi di consegna soprattutto a favore della grande distribuzione organizzata nelle regioni del Nord e nei Paesi Ue. L’organizzazione guidata da Giuseppe Politi «solleciterà la delimitazione delle zone colpite dal maltempo al fine di richiedere lo stato di calamità naturale. Tanto più che si continuano a registrare anche grandi difficoltà nei collegamenti nelle strade di campagne e in quelle che conducono nei centri rurali». L’altra faccia della medaglia del maltempo è la disponibilità degli agricoltori a mettere a disposizione i loro trattori per lo sgombero della neve in accordo con la protezione civile.

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GLI SCENARI DOPO COPENAGHEN

User photo not available Sunday, 20 December 09 - 06:52 AM (GMT)
By Mauro Salza in Vertice di Copenaghen

Il generico accordo politico sul clima, firmato venerdì sera dal presidente americano Barak Obama e dai rappresentanti di Cina, India, Brasile e Sudafrica, pure se, fra proteste e delusioni, è stato adottato all’unanimità dai 193 Paesi partecipanti al summit climatico delle Nazioni Unite, lascia irrisolti i principali problemi sul tappeto della trattativa climatica globale. A questo punto, come si svilupperanno, nell’immediato, le azioni internazionali per la riduzione dei gas serra? La prima questione urgente in sospeso è cosa farne del Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012: Copenaghen, infatti, era considerato l’ultimo appuntamento utile per decidere se reiterarlo, innalzando gli impegni di riduzione dei gas serra, attualmente bloccati su una striminzita media del 5,2%. Ma nella capitale danese è apparso evidente che pure Obama, come già Bush, non vuole o non può fare entrare gli Usa nei meccanismi di Kyoto, iscrivendo gli annunciati programmi di riduzione delle emissioni americane all’interno di una «fase due» del Protocollo (dal 2012 al 2020). Se accettato dalla nuova amministrazione democratica Usa, l’avvio della «fase due» del Protocollo di Kyoto avrebbe rappresentato la strada più agevole e rapida anche per la maggior parte delle altre macro aree mondiali: gli europei che, fin dall’inizio, hanno strenuamente sostenuto e difeso il vecchio trattato climatico; i Paesi in via di sviluppo a cui sono stati riconosciuti il sostegno economico e le esigenze di crescita; la Russia e l’Est Europa che possono fa valere crediti di emissioni ereditati dal crollo economico del blocco sovietico. Inoltre, essendo Kyoto un trattato già legalmente valido, in quanto a suo tempo ratificato dai parlamenti nazionali dei Paesi aderenti, un suo prolungamento avrebbe evitato rallentamenti o, peggio, interruzioni nei processi di riduzione dei gas serra. Dopo il flop di Copenaghen, Kyoto resta senza futuro e, se non si correrà ai ripari convocando una conferenza straordinaria delle Nazioni Unite entro la prima metà del 2010, tutto il complesso sistema dei vincoli, dei controlli internazionali, dei commerci di quote di emissione e dei programmi di assistenza tecnologica ai Paesi in via di sviluppo, rischia una battuta d’arresto. Il vertice di Copenaghen aveva lasciato intravedere un’altra prospettiva: la possibilità di sostituire Kyoto con un trattato di più ampio respiro, più flessibile, e quindi più gradito ai Paesi che mal sopportano l’attuale e farraginoso sistema dei vincoli e dei controlli. Un patto climatico ex novo, fra l’altro, eviterebbe agli Usa l’imbarazzo di dovere rientrare in Kyoto ammettendo, implicitamente, l’errore di esserne usciti nel 2001, dopo l’avvento di Bush. Alla costruzione di questo possibile, nuovo patto, aveva lavorato assiduamente per due anni un gruppo di lavoro formato dai rappresentanti di tutti i Paesi del mondo che, nella capitale danese, ha presentato una bozza di testo da completare con l’inserimento dei target di riduzione e delle cifre dei finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo. Ma Obama e cinesi, che a Copenaghen hanno condotto i giochi, invece di impegnarsi per il successo dell’una (Kyoto 2) o dell’altra (nuovo Protocollo) soluzione, hanno preferito la via di fuga dell’accordo politico di facciata, che trascura del tutto gli obblighi immediati e affida la salvezza dell’atmosfera alla buona volontà dei governi futuri. Ora, per salvare il salvabile, si parla di una Cop 15 bis da tenere a Bonn, forse nel prossimo mese di giugno. Il cancelliere tedesco Angela Merkel starebbe già lavorando a una soluzione di questo tipo, cui sarebbe affidata la difficile impresa di ricucire gli intricati fili della trattativa rotti a Copenaghen e condurre in porto un’ipotesi operativa di patto climatico entro la Cop 16 in programma a Città del Messico alla fine del 2010.

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APPROVATO L'ACCORDO SUL CLIMA

User photo not available Sunday, 20 December 09 - 06:46 AM (GMT)
By Mauro Salza in Vertice di Copenaghen

Alla fine anche i Paesi in via di sviluppo hanno ceduto e «hanno preso nota» poco dopo le 10,30 di sabato dell'Accordo di Copenaghen, la cui intesa (senza valore vincolante) era stata raggiunta venerdì sera dal Presidente americano Barack Obama e sottoscritta dal premier cinese Wen Jiabao, dal primo ministro indiano Manmohan Singh e dal presidente sudafricano Jacob Zuma. Nella dichiarazione finale saranno elencate le nazioni a favore dell'Accordo e quelle contrarie. «L'accordo è stato siglato, si tratta di una prima tappa essenziale. La tempestica non è chiara, ma faremo di tutto perché l'accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. Il vertice è stato dichiarato ufficialmente chiuso alle ore 15,28, con 21 ore e 38 minuti di ritardo rispetto a quanto stabilito in partenza. L’accordo, un documento di appena tre pagine, fissa come obiettivo il limite di riscaldamento del pianeta a 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Prevede anche degli aiuti di 30 miliardi di dollari su tre anni (rispetto ai 10 inizialmente previsti) per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, e una successiva crescita degli aiuti fino a 100 miliardi di dollari entro il 2020. Il fatto di «prendere nota» dell’accordo «dà uno statuto giuridico sufficiente per rendere l’accordo operativo senza avere bisogno dell’approvazione delle parti», ha spiegato Alden Mayer, un esperto e direttore della Union of concerned scientists. Il Terzo mondo ha ceduto anche perché, senza un accordo all'unanimità come previsto in casi simili dalle Nazioni Unite (e questo, come hanno fatto notare in molti, tra i quali il presidente francese Nicolas Sarzoky, è un grande limite perché è oggettivamente arduo mettere d'accordo gli interessi di 193 nazioni diverse), non avrebbero potuto essere attivati nemmeno i fondi compensativi. Durante la notte si era registrata la ferma opposizione del piccolo arcipelago nel Pacifico di Tuvalu (il primo Paese che ha già avuto «rifugiati climatici») e poi da una raffica di interventi contrari di nazioni latinoamericane: Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica. Poco dopo le 3 di notte è arrivato il no di Ja Fry, il rappresentante di Tuvalu che già nei giorni scorsi si era distinto per aver descritto in lacrime la minaccia climatica che pesa sul suo Paese. «Avete messo trenta denari sul tavolo per farci tradire il nostro popolo, ma il nostro popolo non è in vendita», ha detto Fry. Sono seguite decine di interventi, con molte critiche per i metodi seguiti dalla presidenza danese e dal gruppo dei leader di 25-30 nazioni che ha cercato di far uscire il negoziato dalla situazione di stallo. Molto virulento, e poi molto criticato, è stato l’intervento del rappresentante del Sudan e del G77, che ha paragonato il tentativo di imporre l’accordo all’Olocausto, dicendo che condannerebbe il popolo dell’Africa all’incenerimento. L’intesa fra Usa, Cina, India e Sudafrica, dopo un lungo momento d’incertezza a tarda sera era stata sottoscritta a malincuore anche l’Ue, che non aveva partecipato all’incontro quadrilaterale promosso da Obama. L'Ue aveva valutato criticamente il testo scaturitone. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, durante una conferenza stampa convocata alle 2 di notte con il presidente di turno dell’Ue e primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, ha sostanzialmente spiegato come a quel punto sembrasse essere ormai l’unico accordo possibile, pur riconoscendo che restava al di sotto delle attese e delle ambizioni di Bruxelles. La presidenza dalla conferenza del premier danese Lars Loekke Rasmussen, nonostante le critiche iniziali, è stata poi difesa da molti altri interventi. Si discute ancora se retrocedere la proposta di accordo a un documento informativo, o se approvarlo mettendo una nota a piè di pagina con la menzione dei Paesi contrari.

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CINA: ACCORDO SUL CLIMA E' IMPOSSIBILE

User photo not available Thursday, 17 December 09 - 03:10 PM (GMT)
By Mauro Salza in Vertice di Copenaghen

La possibilità di trovare un accordo ambizioso contro il riscaldamento climatico sembra allontanarsi. I negoziati a Copenaghen sono sempre bloccati alla vigilia della giornata conclusiva del vertice, che dovrebbe accogliere quasi 120 capi di Stato per la firma dell’intesa. I colloqui dopo 10 giorni si sono arenati sulla ripartizione degli sforzi, in termini finanziari e di riduzione delle emissioni, per raggiungere l’obiettivo di limitare a due gradi centigradi l’aumento della temperature media del pianeta. E i due grandi inquinatori del pianeta, Cina e Stati Uniti, sono ai ferri corti su questi temi. Anche il Papa oggi è tornato a parlare di emergenza climatica, chiedendo ai Paesi riuniti a Copenaghen una «conversione del cuore» per aiutare le generazioni future a sentirsi «a casa» in questo mondo. Intanto nella capitale danese il segretario di Stato americano Hillary Clinton, arrivata stamani sotto la neve, ha promesso la partecipazione di Washington a uno sforzo finanziario globale che ha quantificato in 100 miliardi di dollari entro il 2020 per combattere il cambiamento climatico. Ma l’ha subordinata a «un accordo nel quale tutte le principali economie adottino iniziative significative di riduzione delle emissioni dei gas serra», prendendo un impegno di «trasparenza» sulla loro attuazione. Prima di accusare proprio i grandi paesi emergenti, che insistono su impegni che permettano loro di mantenere la crescita economica, di fare «marcia indietro» sulla trasparenza, senza la quale «noi riteniamo che non possa esserci accordo. Un chiaro messaggio a Pechino, che respinge l’idea di una vigilanza internazionale sulle misure che adotterà per tenere sotto controllo le proprie emissioni di Co2. Riprendendo il pessimismo generale, il premier autraliano Kevin Rudd ha messo in guardia i delegati contro «il trionfo della forma sulla sostanza, dell’inazione sull’azione». Preoccupazione anche dalla presidenza danese, che però assicura di »battersi con tutte le forze per uscire dall’impasse«. «Noi siamo nelle mani dei partecipanti. Se questi non vogliono l’accordo, che fare?» si chiede un membro della delegazione danese. Il presidente Usa Barack Obama è atteso domani, mentre il presidente francese Nicolas Sarkozy, che si rifiuta di «prevedere uno scacco catastrofico», parlerà nel tardo pomeriggio di oggi. A meno di 48 ore dalla chiusura dei lavori il premier indiano Manmohan Singh ha ricordato che l’India non accetterà un accordo che impedirebbe a milioni di persone di uscire dalla povertà. Il premier cinese Wen Jiabao, arrivato stamani a Pechino, insiste sulla «determinazione» e sulla «sincerità» del suo paese. Pechino si è impegnata a ridurre l’intensità carbonica, ovvero le emissioni di Co2 in rapporto al Pil dal 40 al 45% entro il 2020 rispetto al 2005. Nella giornata cruciale di domani «un numero limitato di capi di Stato, in rappresentanza di tutti i gruppi e tutte le regioni del mondo» si riunirà in mattinata con il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, secondo il programma ufficiale. Dalle 15 italiane è prevista la sessione plenaria per l’adozione della conclusioni del vertice.

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COLORI E FOLLA PER SALVARE LA TERRA

User photo not available Sunday, 13 December 09 - 02:25 PM (GMT)
By Mauro Salza in Foto

Oltre 10.000 attivisti sfilano per le strade di Copenhagen mentre è in corso il summit sul clima. Più di 500.000 associazioni hanno chiamato a raccolta i loro membri per prendere parte a una gigantesca manifestazione. Gli attivisti chiedono un intervento concreto da parte dei potenti del mondo per far fronte all'emergenza clima, e esortano le nazioni ricche a supportare anche i paesi in via di sviluppo affinchè si possa raggiungere questo obiettivo.
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IL G2 DEI GRANDI INQUINATORI

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By Mauro Salza in Vertice di Copenaghen

L’incontro della settimana ventura a Copenhagen tra l’americano Obama e il cinese Wen Jiabao sarà un faccia a faccia decisivo per la politica di riduzione dei gas serra prodotti dalle due potenze. È consenso generale, ma soprattutto constatazione della realtà dei numeri, che i presidenti del G2 abbiano in mano l’interruttore centrale per abbassare considerevolmente, se non per spegnere, il livello mondiale di inquinamento da gas serra. Al convegno danese dell’Onu sul clima, G2 sta per i «Due Grandi Emittenti di Co2», visto che da soli Usa e Cina hanno una quota di oltre il 40%, con il resto spartito tra le altre 188 nazioni presenti. Che cosa Obama e Wen Jiabao prometteranno di fare sarà la bussola anche per gli impegni dei Paesi schierati oggettivamente dietro i due leader, le economie più ricche e sviluppate con l’americano, quelle più povere ed emergenti con il cinese. Per capire le possibilità di cambiare l’«atmosfera» normativa attuale in un modo efficace, si deve partire dalla «mappa delle emissioni». L’America e la Cina hanno arsenali diversissimi di armi di emissione di massa, quasi speculari. È la società dei ricchi individui che consumano più di quanto producono contro quella delle api operaie di una economia pianificata che ha il fine sociale dell’export. Ogni mille americani (dati 2005) ce ne sono 461 che possiedono un’automobile, mentre di cinesi al volante ce ne sono solo quindici ogni migliaio, anche se qualcuno ha la Ferrari. Tradotto in pedaggio di carbonio nell’aria dovuto ai trasporti su strada, significa che gli americani contano per una quota del 31,6% delle emissioni globali, 5,5 volte tanto il 5,7% dei cinesi con la patente. Il cielo di Pechino può insomma anche aver già superato quello nero di fumo che gli storici descrivono per la Birmingham della rivoluzione industriale, ma la Cina è ancora soprattutto una enorme campagna. E marginale è pure, per adesso, il contributo in gas provocato dagli aerei che volano sulla Grande Muraglia: i chilometri percorsi da tutti i passeggeri, nel 2004, sono stati 176 miliardi, un settimo dei 1160 miliardi degli americani: parallelamente, la fetta nel mondo delle emissioni di Co2 della aviazione cinese ha raggiunto l’8,5%, circa un settimo del 57,2% degli Stati Uniti. Dove le parti si invertono è nella produzione industriale di beni. Se si prendono le tonnellate di Co2 generate nel 2007 dagli stabilimenti americani e cinesi per fabbricare beni esportati rispettivamente in Cina e negli Stati Uniti, si registra uno squilibrio clamoroso. Le emissioni create dalle fabbriche Usa sono state pari a 39 milioni, una frazione dei 1400 milioni di tonnellate usciti dalle ciminiere cinesi per rifornire di merci Wal Mart e le altre grandi catene di supermercati americani, o per approvvigionare di acciaio e ferro le aziende degli Stati Uniti. La Cina, nel 2007, ha pesato da sola il 54,2% di tutte le emissioni mondiali dovute alla produzione di questi due metalli di base. Il mondo assiste al braccio di ferro tra i G2 e spera in impegni più forti di quelli ventilati: il 17% degli Usa entro il 2020, e il 40% della Cina, ma calcolato sulla intensità delle emissioni per unità di prodotto interno lordo (che vuol dire una crescita in termini assoluti). Ma lo spaccato delle voci delle emissioni (la fonte è il Financial Times) mostra quanto sia arduo l’obiettivo della virtù verde: se la macchina produttiva cinese rallenta, la sua tenuta sociale è a forte rischio; e se gli americani non possono consumare al loro ritmo, la ripresa dalla recessione si allontana.

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MAKE HISTORY NOW

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By Mauro Salza in Foto

Blitz nella notte. Attivisti di Greenpeace conquistano il Colosseo a Roma.

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